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Il decalogo dell'infermiera
Non avrai altro biglietto da visita all’infuori del sorriso
Ricordati di “cancellare” te stessa
Ricordati di non dimenticare
Onora la competenza e la preparazione
Bada che Dio sia manifestato in ciò che fai
Con l’affabilità del tuo sorriso, fa benedire Dio
Devi rubare al fratello il peso del dolore
Devi inventare l’amore
Non indurire il cuore con l’abitudine del dolore altrui
Tieni presente, infine, che l’ammalato è sempre un… altro Gesù
SANTA AGOSTINA PIETRANTONI
Patrona degli infermieri
Suora della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret
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Una vita semplicissima, ma che ha il sapore del Vangelo.
Una vita segnata dalla sofferenza e dalle difficoltà,
una vita donata fino in fondo per amore.
Livia Pietrantoni nacque il 27 marzo 1864. Cresce in una famiglia cristiana che riconosce Dio come il Padre che si fa vicino e cammina al passo di ciascuno.
Fin da bambina impara dai suoi genitori a contemplare Gesù sulla Croce, là dove si uniscono, nella notte più profonda, la sofferenza e l’amore, la morte e la vita.
Per aiutare la sua famiglia che era molto povera, Livia a 7 anni vive la difficile esperienza del lavoro in miniera.
Più grande, lavora alla raccolta delle olive, dove le difficoltà non mancano. Le sue amiche sono vittime di ingiustizie e abusi da parte di alcuni "caporali".. L’amicizia e la solidarietà di Livia non si fanno aspettare, interviene con coraggio e fermezza a difendere la dignità delle giovani che lavorano con lei.
Affascinata dal Cristo, l’amore di Livia per lui diventa grande come il suo desiderio di assomigliargli, diceva: "Mi sento spinta dalla Carità e sono disposta a qualunque sacrificio, se questa è la volontà di Dio".
Per vivere e testimoniare l’amore di Dio, decide di consacrare la sua vita al servizio dei poveri, entrando, a 22 anni, nella famiglia religiosa delle Suore della Carità, dove riceve il nome di Agostina.
Infermiera di professione, lavora all’Ospedale "Santo Spirito" a Roma, dove muore a trent’anni, il 13 novembre 1894, pugnalata da un malato che lei stessa aveva curato.
La violenza , la volgarità e l’ingratitudine degli uomini non la scoraggiano, continua ad amare, come aveva scelto, fino alla fine, pagando con il suo sangue il prezzo della fedeltà nell’amore."
L’amore è stato la colonna sonora di tutta la sua vita
Nell'omelia che Sua Santità Papa Paolo VI nel 1972, pronuncia in occasione della
Beatificazione di Santa Agostina Pietrantoni, è facile cogliere elementi lirici
dal sapore bucolico che dipingono, realisticamente, ambiente e clima dei luoghi
che hanno visto nascere, crescere e agire Livia Pietrantoni, fino al giorno
della sua entrata nella Congregazione religiosa delle Suore della Carità di
Santa Giovanna Antida Thouret.
Nell'intenzione del Papa c'è la volontà di rilevare una fede cristiana semplice,
essenziale, antica, che si esprime con la preghiera, il lavoro duro di ogni
giorno, la dedizione e il servizio reciproco. La presenza di Dio, la fiducia
nella Provvidenza, il rispetto degli anziani e dei piccoli, fanno fluire gesti
di squisita solidarietà con tutti, specie con chi è più in difficoltà.
Basta raggiungere la Sabina, alta regione del Lazio, dalle colline punteggiate
di ulivi d'argento e salire a Pozzaglia Sabina, in provincia di Rieti, per
rivedere una coppia di giovani sposi, Francesco Pietrantoni e Caterina
Costantini che il 27 marzo del 1864 accoglie amorevolmente, Oliva, detta poi
Livia, la seconda di undici figli.
Livia respira i valori di questa famiglia di agricoltori onesti, laboriosi,
religiosi. Grande influenza sulla sua formazione alla vita esercita il nonno
Domenico, patriarca saggio che, insieme a tutti gli altri membri della famiglia
"badava a fare bene e a pregare".
A mano a mano che la famiglia aumenta, Livia ha modo di sviluppare nei confronti
dei fratellini, quel senso di maternità che la abilita a gesti, attenzioni,
dolcezze, che pur rubandole la spensieratezza, il tempo della scuola, le energie
per il lavoro in casa e nei campi, le permette di assuefarsi ad un atteggiamento
intuitivo, protettivo, promozionale, gratuito, oblativo.
Non si possono dimenticare le sue fatiche di bambina, con altri bambini, per la
costruzione delle strade, nelle vicinanze di Pozzaglia. I bambini vengono
ricompensati con poco. Questo poco è un piccolo sollievo per le famiglie. Il
lavoro consiste nel trasporto di contenitori pieni di ghiaia occorrente per la
sistemazione di base della strada.
Più tardi, con altre adolescenti e giovanette, Livia si dedica alla raccolta
delle olive, come lavoro stagionale. E' necessario raggranellare un gruzzolo per
il corredo, o per dare un aiuto alle famiglie numerose. Livia diventa il punto
di riferimento delle compagne, con le quali sopporta fatiche e disagi. Si fa
protettrice del gruppo nei confronti di "caporali" esigenti e senza scrupoli,
che tendono insidie. Le ragazze sono costrette a rimanere lontane dalle famiglie
e dal paese per mesi interi, solo in Livia trovano sicurezza e solidarietà,
raccomandate dalle loro mamme.
Mamma Caterina si rende conto che la figlia, nonostante le iniziative di
approccio dei ragazzi e di uno in particolare, non si orienta verso il
matrimonio. Che cosa farà questa sua figlia, bella, giovane, virtuosa? "Io non
so che pensare di questa figlia; non ci capisco niente: non so proprio che cosa
cerca! "
"Cristo sarà l'amore, Cristo lo sposo", pensa Livia e vuole una Congregazione
religiosa dove si lavora giorno e notte. Lo zio, frà Matteo, riconosce le
qualità della nipote. Il 23 marzo 1886, Livia, dopo aver salutato tutti, dopo
aver baciato la porta della sua casa, tracciandovi sopra un segno di croce,
intraprende con lui il viaggio per Roma, verso Via Santa Maria in Cosmedin,
presso le Suore della Carità, dette di San Vincenzo de' Paoli, perché la
Fondatrice non è ancora canonizzata.
Livia trascorre serenamente il tempo di preparazione alla vita religiosa in
postulato e in noviziato, convinta che occorra formarsi e costruirsi per operare
la propria trasformazione in Cristo e in una degna Suora della Carità, secondo
le attese della Chiesa e del Carisma della Carità. Di qui la sua certezza che,
servire i poveri significa vedere in essi la persona di Gesù Cristo povero, per
il quale, "tutto è poco".
Vestito l'abito religioso e preso il nome di Suor Agostina, viene inviata, il 14
agosto 1887 presso l'Ospedale Santo Spirito di Roma dove, appena entrata,
eserciterà il dono totale di sé in un reparto di bambini ammalati.
L'ospedale Santo Spirito vanta una lunghissima storia. Costruito su sito romano
per i pellegrini, è voluto da Papa Innocenzo III, nel Medio Evo, per la cura dei
malati, dei diseredati, dei poveri. Questo "Conservatorio" è sempre guardato
dagli altri Papi come luogo privilegiato per un servizio ai bisognosi di ogni
genere. Qui hanno prestato cure e assistenza, nel tempo, una serie di grandi
figure di Santi della carità.
Le Suore della Carità vengono chiamate da papa Gregorio XVI nel 1844.
Nonostante il sostegno del Vaticano, dopo il 1870, Roma dà un orientamento laico
all'ospedale, con l' insofferenza nei confronti della religione e di qualunque
segno o espressione la possa far ricordare.
Le Suore possono rimanere, a patto che non parlino di Dio ai malati. Suor
Agostina prega di nascosto, può parlare poco, ma può testimoniare un amore
tenero, attento, premuroso per ogni malato. Purtroppo contrae un'infezione che
la porta vicina alla morte. Guarita, viene trasferita nel reparto per malati di
tubercolosi, che guariscono con difficoltà, che sono contagiosi, che muoiono… Un
medico dice che "Suor Agostina si è mostrata sempre dolcissima, si prestava a
fare non solo quello che era suo dovere, ma anche di più e molto volentieri,
pronta, umile, ilare".
I tubercolotici sanno quale può essere l'epilogo fatale della loro vita. La
degenza è lunga, le cure sono interminabili, la lontananza dalla famiglia e
dalla società è motivo di prostrazione; l'irascibilità, l'insofferenza per la
minima contrarietà, li caratterizzano.
Suor Agostina abbraccia questo mondo, lo serve, si industria per confortare e
accompagnare, fino all'ultimo respiro, ogni malato e, se per i moribondi non può
chiamare il sacerdote, diventa sacerdote quando occorre: "A distribuire le
medicine agli ammalati tutti sono capaci; ma la missione della Suora della
Carità è un'altra".
Contagiata lei stessa dal male e, guarita, propone alla Superiora di riprendere
il suo posto per evitare che un'altra sorella possa contrarre lo stesso male.
Uno dei malati, mette tutti i giorni a dura prova Suor Agostina come caposala e,
le infermiere e, i medici. Questi, dopo molti richiami, riescono ad ottenere il
suo allontanamento dall'Ospedale per evitare prevaricazioni e provocazioni
continue e crede che Sant' Agostina, già sempre da lui maltrattata, presa di
mira e minacciata di morte sia entrata nella decisione del suo allontanamento.
Continuamente egli rientra in Ospedale per intimorire la suora a parole, a gesti
o con dei bigliettini, provocandola anche con sfide indecenti e la mattina del
13 novembre 1894 mette in atto il suo piano vendicativo pugnalandola a morte,
rincorrendola a tradimento, quando ella sta procurando con delicatezza un
sollievo ad un malato.
Mentre muore, dalla sua bocca, non escono che parole di perdono e invocazioni
alla Vergine Maria.
"Mi sento infiammata di carità per tutti e pronta a sostenere qualsiasi
sacrificio, anche a spargere il sangue per la carità, se sarà volontà di Dio".
Santa Agostina si era offerta a Dio per amare nostro Signore e servirlo nella
persona dei poveri, nello spirito di San Vincenzo de Paoli, trasmesso dalla
Fondatrice e dalla tradizione della Comunità. Ora, morire martire è per lei un
privilegio, come lo sarebbe stato per Santa Giovanna Antida, quando, durante la
Rivoluzione francese, un soldato, perché ella non vuole giurare fedeltà alla
Costituzione rivoluzionaria, la colpisce col fucile lasciandola tramortita.
Tutta Roma si scuote davanti ad un tale avvenimento. Le autorità religiose,
civili e militari, la gente comune, esce allo scoperto, rende omaggio alla
"martire della carità" e parla e diffonde l' impressionante fama di santità.
Beatificata da Paolo VI il 12 novembre 1972, la solenne canonizzazione,
decretata da Papa Giovanni Paolo II, ha auto luogo a Roma il 18 aprile 1999.
Il 29 aprile 2003, la Chiesa ci ha fatto un altro grande dono con il Decreto
della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti: Santa
Agostina Pietrantoni è dichiarata Patrona degli infermieri, perché è una figura
ispiratrice e una testimone esemplare per gli infermieri, è sostegno e aiuto per
il mondo sanitario e per chi è a servizio dei malati.
Tutti siamo lieti e grati a Dio di poter trovare in lei un modello di vita
accessibile e imitabile e una protezione che allieta, solleva, consola.
La connotazione della sua santità è la ferialità, vissuta nella letizia, nel
silenzio, nell'operosità, nella preghiera, nella realizzazione di un'unità di
vita derivante dalle prerogative della donna, della religiosa, dell'infermiera,
e dal felice connubio tra ricchezze di natura e ricchezze di Grazia di Dio.