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Dottore prego… è pronto il caffè

 

 

Mia madre Elvira era affetta da una mielodisplasia dall’ottobre del 2009 che è evoluta in leucemia mieloide acuta dal gennaio del 2011. Una diagnosi terribile e inaspettata; cure intense e accurate hanno seguito quel giorno presso il day hospital del complesso ospedaliero San Giovanni dell’Addolorata.

Da circa otto mesi però mamma Elvira non frequenta più il day hospital ematologico ed è assistita a domicilio da un’equipe di medici e infermieri che a definirli bravi e competenti è molto riduttivo.

Quel 20 ottobre 2011 prendemmo atto che le condizioni di salute di mamma non consentivano più gli spostamenti da casa all’ospedale ed eravamo molto preoccupati. Si prospettava la possibilità dell’”ospedale a casa”,  ma stavamo per intraprendere una nuova esperienza che come tutte le novità fa nascere nella mente tanti perché.

Avevo già visto il Dott. B., responsabile del Servizio, nei corridoi del day hospital;  ci eravamo scambiati qualche volta un saluto, ma quando si svolse  il nostro primo colloquio su come avrebbe funzionato l’Ospedale a casa mi resi conto che mi trovavo di fronte un uomo molto pacato e ragionevole, ma soprattutto carico di esperienza.

Anche io come mamma e papà aspettavo con ansia quel 20  ottobre, data di inizio del nuovo cammino terapeutico.  Eravamo del tutto consci dell’incognita di un cambiamento.

 Definirei questo cambiamento uno dei fatti più salienti nella storia della malattia di mia madre perché da allora cambiarono radicalmente le nostre abitudini e la malattia a volte ci sembra addirittura meno terribile.

Ci volle davvero poco tempo per far diventare le visite del Dott. B. un momento gradito e piacevole della giornata. Parlando di me, eternamente agitata, ben presto iniziai ad attendere il suo arrivo come a un momento di riequilibrio e di serenità. Con il suo modo di fare tranquillo e altamente professionale sapeva ristabilire la calma necessaria per affrontare questa malattia così difficile da gestire. La disponibilità del Dott. B. la trovavo e la trovo tuttora,  addirittura sconcertante.

Vittoria P. poi, l’infermiera più assidua che viene a fare i prelievi di sangue e le chemioterapie, è diventata un’amica  da aspettare e salutare con immenso piacere. La sua innata simpatia e il suo sorriso accompagnano ogni suo gesto e si sa che conoscenza e coscienza sono un binomio raro.

C’è un momento poi che dona a tutto il contesto un attimo di condivisione e di confidenza: il caffé…

Davanti a quella tazzina di caffè parliamo, usando toni leggeri, facendo battute e a volte ridiamo raccontandoci qualche barzelletta. Non so se riuscirò ad esprimere bene il concetto che ho nella mente, ma ci proverò. In fin dei conti la prima parola che mi viene in mente è “amicizia” e su questa intesa anche i problemi più spinosi vengono affrontati con la calma necessaria.

Scherziamo insieme, ridiamo anche durante la chemioterapia e le trasfusioni e mamma distesa sul letto ride tranquilla e a suo agio. Sul suo viso c’è sempre un’espressione piena di fiducia e di gratitudine.

Quella caffettiera è diventata un simbolo, una testimone ignara di una situazione che nella sua complessità non potrebbe essere meglio gestita.

Bene… mi sembra di sentire la caffettiera che borbotta. Arrivo in cucina, Il caffè è pronto.

Vado in camera e dico: “ Venga Dottore, prego, è pronto il caffè”.

 

 

 

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